Prosegue l’iniziativa #DialogiCopernicani. Questa è la volta dell’agroalimentare, settore vitale per la nazione. Ne parliamo con Angelo Riccaboni economista accademico, ex rettore università di Siena, presidente fondazione Prima.
Al centro dell’attenzione la sostenibilità dei sistemi alimentari post Covid19.
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Il più ambizioso programma di diplomazia scientifica mai lanciato nel mediterraneo
Uno tra i tanti modi per reagire alla pandemia è quello di valorizzare i sistemi agroalimentari e scommettendo sul digitale, ponendo un focus sulle persone.
Ne è certo Angelo Riccaboni, presidente dell’Agenzia per l’attuazione del programma PRIMA (Partnership for Research and Innovation in the Mediterranean Area).
Si tratta di un programma che, nei prossimi dieci anni, gestirà oltre mezzo miliardo di euro sui temi dell’innovazione nei sistemi alimentari, delle tecnologie per la sostenibilità e la sicurezza in agricoltura, dell’uso efficiente delle risorse idriche.
L’esperienza del Covid19 ci ha insegnato due cose.
La prima è che anche nei paesi occidentali e avanzati ritorna preponderante il tema della sicurezza alimentare, concetto che è stato lentamente dimenticato negli ultimi anni avendo a disposizione una quantità quasi illimitata di cibo.
La corsa agli scaffali per accaparrarsi le provviste, la scarsità di lavoratori disposti a lavorare in campagna (1/3 sono stranieri), le frontiere chiuse di molti stati e la capacità di spesa ridotto hanno fatto ritornare alla luce il grande problema dell’accesso al cibo.
La seconda cosa che la pandemia ci ha ricordato è che la salute è una sola, le persone maggiormente colpite dal Covid19 sono quelle già indebolite da altre patologie, molte sono legate alla malnutrizione, possiamo pensare a problemi cardiovascolari.
Da qui l’idea di imparare a concepire la nutrizione come un modo per rendere la popolazione più forte.
La pandemia ci ha insegnato che se il modo in cui si produce il cibo non è sostenibile, può essere fonte di problematiche basti pensare a come sia nato questo virus dall’incrocio di animali appartenenti ad ecosistemi diversi in un mercato intensivo cinese.
In generale, la perdita di bio diversità agevola queste trasmissioni, quindi la salute dell’uomo, la salute del cibo e la salute dell’ambiente vanno viste in una maniera integrata, oggi questa consapevolezza si è manifestata e consolidata.
Gli SDGs rappresentano il cuore dell’“Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile”, il documento che inquadra le politiche di sviluppo in un’ottica di sostenibilità e che guiderà le scelte strategiche dei paesi firmatari sia nell’ambito della propria politica nazionale sia a livello di cooperazione internazionale.
La dieta mediterranea è quella più sostenibile e con impatti benevoli sulla salute, tanto da essere stata definita patrimonio dell’Unesco ed il framework SDGs promuove un’alimentazione basata sulla dieta nostrana.
Una media preoccupante e che fa riflettere è che circa il 26% dei paesi afferenti al programma sono obesi, stiamo parlando di circa 26 milioni di persone.
Dobbiamo innovare, perché i problemi legati al framework non riguardano solo l’Italia, non conoscono frontiere e quindi problemi comuni prevedono soluzioni comuni in cui si mettono insieme forze, idee, risorse e cervelli. Il mediterraneo è dopo l’artico, la regione del mondo più vulnerabile al cambiamento climatico.
Metà delle risorse del programma PRIMA sono state stanziate dalla Commissione Europea, l’altra metà dagli stati partecipanti, secondo il principio dell’equal footing grazie al quale ogni paese ha una chance e c’è un continuo scambio di conoscenze e di know How tra paesi più sviluppati e quelli meno.
Circa 700 unità impiegate con una vasta componente di ricercatori italiani distribuiti in vari paesi. Sono stati finanziati 83 progetti tra cui la gestione innovativa dell’acqua, nuovi sistemi di agricoltura e nuove catene alimentari (from farm to fork).
Si comincia a parlare di questo concetto in modo abbastanza consueto, non c’è più la distinzione tra le politiche e problemi dell’agricoltura e della trasformazione. Bisogna parlare di politiche del cibo, non è banale ma rivoluzionario.
C’è un avvicinamento delle persone, delle logiche e degli interessi, una visione olistica infatti la Commissione Europea ha espresso grande volontà di usare tutte le risorse possibili per definire un nuovo modo di produzione e di consumazione.
Sulle DOP è necessario un enorme ripensamento, se da un lato gli aspetti culturali e tradizionali rimangono molto attrattivi, dal punto di vista di ecosistema questo mondo deve essere soggetto a trasformazioni importanti per continuare a sopravvivere.
Grazie alla ricerca e all’innovazione si potrà allungare la vita di questi prodotti, garantendo la tradizione, alimentando un’economia globale ma allo stesso tempo concedere al cliente un cibo che possa resiste per periodi più lunghi senza il rapido deperimento attuale.
Così come nelle scuole, dove sia alunni e docenti sono stati obbligati a diventare digitali, cosi molti attori dell’agrifood dovranno coesistere con la grande ondata tecnologica per garantire qualità, e tracciabilità. Una delle tecnologie emergenti e più gettonate è la blockchain, oggetto di molti progetti specialmente nelle grandi distribuzioni, raggiungendo dei risultati eccellenti.
Il modo di consumare pre-Covid non è più sostenibile, fondamentale sarà il tema dell’educazione attraverso il quale si sta cercando di promuovere nuove metodologie di consumo e conoscenze sugli alimenti. L’impresa ha la responsabilità di formare il consumatore, di promuovere prodotti in linea con le diete e far sì che i criteri con cui si produce siano elevati. Servono consumatori più responsabili e imprese più oneste.
C’è una frase ormai divenuta celebre durante la pandemia, “Non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”, specialmente da un punto di vista alimentare eravamo arrivati ad un punto troppo critico e non più sostenibile per il pianeta, il futuro dovrà essere diverso: più buono, più sano e più smart.
La sintesi di questo incontro è stata redatta da Roberto Strignano



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