Federico Faggin è lo Steve Jobs italiano, un idolo, un eroe, per tutti gli scienziati e appassionati di tecnologia.
Nato a Vicenza e poi trasferitosi nella Silicon Valley, con le sue invenzioni, dal microprocessore al touchscreen, ha contribuito a plasmare il presente digitale.
Recentemente ha scritto un’autobiografia Silicio (Mondadori) in cui racconta le sue quattro vite, dall’infanzia ai primi lavori, dalla controversia con Intel per l’attribuzione della paternità del microprocessore, fino al suo appassionato impegno nello studio scientifico della consapevolezza. Da trent’anni Faggin studia la coscienza e insieme a sua moglie Elvia ha creato una Fondazione per lo studio con un approccio scientifico della consapevolezza.
Quattro vite densissime di cui Faggin in dialogo con Stefano Quintarelli, ci offrirà uno spaccato: intrecciando aneddoti riguardanti la sua vita privata, le tecnologie inventate e il suo lavoro per sviluppare un modello concettuale che spieghi come la scienza e la spiritualità siano due facce della stessa medaglia.
Per approfondimenti https://www.ilsussidiario.net/intervistati/federico-faggin/
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Ho percepito me stesso come il mondo che osserva sé stesso
Tra le colline di Palo Alto, abita Federico Faggin, classe 1941, fisico, imprenditore ma soprattutto Vicentino. Dopo il diploma in aeronautica, atterra all’Olivetti agli inizi degli anni 60, entrando a far parte del team di ricerca e sviluppo. Approfondisce i componenti a stato solido, creando la tecnologia MOS attualmente utilizzata nei transistori di tutto il mondo.
Si ritrova, dopo pochi anni, come caposquadra di tutti i primi microprocessori dell’Intel fino all’8080. Inizia il suo percorso imprenditoriale dalla ZiLog, da cui è nato il famoso Z80, fino alla Synaptics con cui ha radicalmente cambiato il mondo della user experience creando i primi prototipi di touchscreen.
Dal 1990 al 2010 ha una doppia vita, la prima come CEO della Synaptics, la seconda come appassionato e studioso delle neuroscienze.
Ho sempre voluto capire come funziona il cervello, come avviene l’information processing in un sistema vivente e il legame esistente tra la coscienza e i segnali elettrici nel nostro cervello, dato che questi portano solo informazioni.
La coscienza, secondo Faggin, deve partire da delle entità elementari che ce l’hanno, allo stesso modo particelle senza una carica elettrica non possono creare fenomeni riconducibili all’elettromagnetismo.
I computer sono strutture classiche mentre l’essere umano è sia classico sia quantistico e questa differenza ci permette di creare la coscienza. Per questo motivo una macchina può solo dirci la probabilità che una determinata azione possa avvenire nel futuro, perché esiste libero arbitrio dettato dalla coscienza che non potrà mai essere compreso da un calcolatore.
Una struttura classica manca completamente quelle che sono le caratteristiche di creatività che sono invece inerenti alla meccanica quantistica che permettono di raggiungere livelli di comprensione impossibili per dei calcolatori che si limitano a individuare correlazioni grazie ad un addestramento molto intenso.
Basti pensare, che un elaboratore ha bisogno di milioni di esempi per imparare un’azione mentre l’uomo con un solo esempio riesce a comprendere il significato che c’è dietro.
Con la coscienza si raggiungono tre caratteristiche olistiche (cuore, testa e pancia) che contribuiscono in maniera proporzionale e precisa a rispondere a determinati stimoli in modo troppo complesso per essere riprodotto con un algoritmo, un tipico esempio sono le emozioni che sono molto incomprensibili dal punto di vista scientifico.
Il mondo quantistico rispetto a quello classico ci permette di capire come lo smartworking, uno strumento indispensabile per salvaguardare l’economia nel periodo pandemico, non sia l’alternativa definitiva al lavoro in presenza.
L’uomo essendo un animale sociale ha bisogno di un’interazione fisica che porti una comunicazione più ricca rispetto a quella fatta con i mezzi telematici. Il computer quantistico sfrutta due proprietà fondamentali che non hanno uguali nel mondo classico.
La prima è la sovrapposizione di stati e l’altra e entanglement, ovvero l’interazione di particelle che creano delle proprietà comuni che rimangono in maniera definitiva. I concetti di spazio e tempo non esistono per le particelle quantistiche e questo comportamento può essere monetizzato creando dei sistemi molto più potenti rispetto a quelli classici.
La generalizzazione del bit si chiama quantum bit e può essere immaginato come un’infinità di stati. Ognuno di essi rappresenta un punto all’interno di una superficie di una sfera, la cosiddetta sfera di Bloch, che non esiste nel mondo fisico ma nello spazio di Hilbert.
Un qubit si manifesta nella realtà fisica soltanto come un bit classici, in modo molto analogo allo spin degli elettroni.
Questi elementi possono interagire reciprocamente ed è possibile creare operazioni fatte su tutte le combinazioni degli stati possibili nella sfera di Bloch.
Da qui ne deriva che la scala computazione è imparagonabile rispetto al mondo classico e dà l’opportunità di risolvere i cosiddetti problemi polinomiali quasi impossibili da gestire con le attuali risorse computazionali.
Le operazioni quantistiche non possono essere fatte con la materia classica ma devono essere eseguite in un’altra realtà più vasta in cui risiede anche la coscienza. In definitiva, per Faggin, soltanto se cambiamo l’idea di chi siamo, il futuro umano sarà migliore.
La sintesi di questo incontro è stata redatta da Roberto Strignano



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