lunedì 30 marzo 2020 21:00 – 22:00
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Il covid19 potrebbe essere l’endemizzazione del nuovo virus del raffreddore
Con Ilaria Capua, nota virologa in prestito all’università della Florida, a marzo 2020 inizio pandemia in Italia, cerchiamo di intraprendere un percorso che ci porti a comprendere meglio questo fenomeno epocale, rarissimo ma pur sempre naturale.
Verso metà novembre 2019, un nuovo coronavirus, fino a quel momento sconosciuto, emerge dal serbatoio animale, di cui noi facciamo parte, capace di legarsi con i nostri recettori e provocando dei problemi respiratori.
Tutto nasce da una particolare specie di pipistrello, detto a ferro di cavallo per via del naso. Questi animali afferiscono ai mammiferi e la trasmissione del virus è avvenuta, prima di arrivare all’essere umano, attraverso un ospite intermedio; il pangolino. Si tratta sempre di un mammifero oggetto di bracconaggio, in particolare c’è un notevole interesse nell’accaparrarsi le sue squame molto utilizzate nella medicina tradizionale cinese.
All’interno di un mercato di animali, si incontrano questo virus africano (pangolino) e il virus asiatico (pipistrello) creando una bomba biologica da cui nasce il virus chiamato SARS- COV 2.
Avendo una proteina recettoriale molto simile al recettore umano, successivamente è riuscito nel salto di specie, arrivando all’uomo. Esiste un’intera famiglia di questa tipologia di virus e l’essere umano ha già affrontato in precedenza epidemia che sono state opportunamente controllate, causando un numero di morti notevolmente inferiore rispetto all’attuale pandemia.
Il Covid19 si attesta con una mortalità relativa abbastanza bassa, rispetto a malattie più gravi come l’Ebola o la tubercolosi e si può paragonare ad un’influenza stagionale. Il virus si trasmette con i droplets, letteralmente significano “goccioline” e in campo epidemico si riferisce alla saliva nebulizzata, parlando con una persona infetta a distanza ravvicinata, oppure per colpa di un colpo di tosse o di uno starnuto, ci raggiunge trasmettendoci il virus.
Un’altra possibile trasmissione è attraverso le superfici, in base alla tipologia di materiale la densità delle particelle con il virus può rimanere per un certo periodo di tempo, da qui la raccomandazione di lavarsi spesso le mani.
Normalmente queste tipologie di virus non hanno molta mobilità, normalmente si diffondono nel mondo nel giro di anni, non settimane com’è successo per il Covid19, aiutato dal mancato contenimento delle prime persone infette in Cina.
Se vogliamo, ci sono anche degli aspetti positivi legati a questa pandemia, sicuramente il grande salto in avanti in ambito tecnologico e poi l’eliminazione di C02 nell’aria, quindi un sostanziale miglioramento ambientale.
I maggiori danni, oltre quelli sanitari e di salute pubblica, sono quelli economici che comportano chiusure di industrie a livello globale, mancanza di domanda dei prodotti, chiusura dei business locali, quarantena e disoccupazione e in generale misure tipiche da periodi in guerra.
L’impatto sociale è stato tremendo, da problema inizialmente circoscritto a una regione cinese, tanto che inizialmente si chiamava “Wuhan virus”, a problema mondiale, nonché italiano e ci si accorge che un nome può stigmatizzare un posto.
I tamponi non sono la via per guidarci verso l’uscita ma serve creare una fotografia dell’Italia per categorie d’età e di rischio in modo da cercare gli anticorpi. Il tampone non serve, per un discorso statistico, perché riporta un’istantanea della malattia, la quale si è e si trasforma continuamente. Non è sbagliato iniziare a impostare un discorso secondo cui chi ha gli anticorpi può muoversi con più libertà.
Con una certa percentuale di popolazione che sviluppa gli anticorpi si raggiunge la famosa immunità di gregge che permetterebbe di rendere il virus molto meno pericoloso.
Purtroppo i casi di positività non possono scendere a zero, è illusorio perché c’è circolazione attiva, per esempio i Coreani sono riusciti a contenere la Mers-Cov solo grazie ad un sistema organizzatissimo e programmato in precedenza che ha permesso di neutralizzare la circolazione attiva.
Un altro elemento interessante risultano essere i bambini, i quali sembrano essere resistenti alla forma clinica e quindi un’eventuale positività non comporta sintomi. In contrasto però, sono dei portatori della malattia e quindi potrebbero recare dei danni a persone più fragili, per esempio i nonni.
Questa pandemia ci ha riportato con i piedi sulla terra e ci ricorda che siamo degli animali al di là del recettore. Si deve cercare di rimettersi al paro di altre forme di vita, di capire la nostra fragilità. La natura c’è ed è molto resiliente.
La sintesi di questo incontro è stata redatta da Roberto Strignano



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