La seconda edizione di International Forum for Digital and Democracy è sulla rampa di lancio proprio mentre il governo della sovranità del popolo dà segni di malessere. L’indice di democrazia ha raggiunto il suo livello più basso dal 2006 anno di costituzione del parametro sviluppato dall’Economist Intelligence Unit (EUI) nel tentativo di applicare un punteggio ai paesi misurando il loro grado di aderenza agli ideali democratici. Solo 46% della popolazione mondiale vive in un regime assimilabile in qualche misura a una democrazia piena o imperfetta.
La recessione delle democrazie coincide anche con la fine di un ventennio di ottimismo digitale all’insegna dell’idealizzazione del web e social media quali inarrestabili forze per una più ampia partecipazione ai processi democratici. La realtà ha dimostrato che, nelle mani delle autocrazie, la combinazione della portata e pervasività delle tecnologie digitali, risultano delle formidabili munizioni per sorvegliare estensivamente i cittadini, censurare il dissenso, orientare l’opinione pubblica, interferire nelle elezioni, modellare le interazioni economiche e sociali; in una parola, esercitare quello che viene chiamato l’autoritarismo digitale.
La repressione online assume diverse manifestazioni: una, in crescita a livello globale, è spegnere i social media. L’anno scorso, l’Ong AccessNow ha documentato 192 casi di oscuramento dell’internet in 34 paesi. Mentre a livello europeo, la Russia ripristina la cortina di ferro digitale per ghettizzare i propri cittadini alla sola propaganda del Cremlino. In un decennio la Cina ha oliato gli ingranaggi di quello che viene definito “Great Firewall” per filtrare i contenuti accessibili in rete e sui server stranieri non autorizzati da Pechino.
Da strumento di crescita della cittadinanza attiva, l’abuso della tecnologia diventa una leva da azionare a piacimento per applicare politiche di vigilanza di massa. Serve per identificare, controllare e reprimere la dissidenza o supposta tale. Di sovrappiù attraverso l’uso tossico della disinformazione sui social media che hanno la caratteristica di esacerbare la propensione umana a cercare affiliazioni identitarie, diventa possibile polarizzare su larga scala l’opinione pubblica. Lo spiega Ezra Klein nel suo saggio Why we’re Polarized con una diagnosi del problema nel suo contesto storico offrendo una lettura darwiniana della politica americana (ma replicabile altrove) che lascia poco spazio alle motivazioni consapevoli e razionali degli elettori.
Eppure, il digitale non è da demonizzare in blocco. Per la democrazia le tecnologie digitali sono ambivalenti: un po’ un’arma di distruzione che salvagente. Dal capitalismo della sorveglianza perpetrato dagli oligopolisti di Big Tech alla cittadinanza a punti di stampo cinese, si diffonde un nuovo tipo di controllo economico e politico: plasmare la volontà del popolo attraverso un sofisticato e spregiudicato utilizzo dei dati, calpestando riservatezza, identità personale, diritti individuali.
Al contempo esistono anche storie avvincenti dove il digitale consente delle sperimentazioni avveniristiche nei processi decisionali di res publica e nella partecipazione attiva dei cittadini. Per citarne un paio. La piattaforma Pol.is una nuova forma di sondaggio online che ricorre al crowdsourcing e funziona grazie a tecniche di statistica avanzata integrati ad elementi di intelligenza artificiale per consentire la visualizzazione grafica in tempo reale dei cluster di opinioni e le sfumature nascoste nei dibattiti divisivi. In Danimarca è stato lanciato il Synthetic Party, un partito che concorrerà alle elezioni del 2023, il cui programma è stato creato con l’intelligenza artificiale per intercettare i voti degli astenuti nelle ultime elezioni. In Italia, dove il partito del non-voto è in costante in crescita dal 1979 raggiungendo nelle ultime elezioni il 36%, costituirebbe la prima forza politica.
Grandi attese e forti avversioni coesistono e si intersecano nell’interazione tra digitale e processi democratici. Per offrire un quadro equilibrato dei problemi, delle potenziali soluzioni e rispettive controindicazioni, viene promosso International Forum on Digital and Democracy, IFDaD, dove esperti, accademici e decisori politici si confrontano su come il digitale possa ritemprare e riformare istituzioni e processi democratici.
Nata da un’intuizione di Jeffrey Sachs, l’idea viene elaborata da Romano Prodi e raccolta dall’associazione Copernicani che, nel 2020 ne promuove la prima edizione. Il 17 e 18 novembre 2022, riprende la discussione e il Forum approfondisce il tema iniziale dell’influenza tra tecnologia e dati digitali, partecipazione politica e governance, con due focus aggiuntivi: sull’eGovernment e disinformazione. Se quest’ultimo tema è al centro di un acceso dibattito, il primo raccoglie ancora scarsa attenzione nell’ottica di tutela dei diritti individuali. Quali sono le implicazioni di una società in cui i cittadini “algo-vernati” sono confrontati con la macchina di un potere dal funzionamento opaco a cui è impossibile chiedere spiegazioni sul perché di un certo riscontro.
La concentrazione di dati e software in mani statali conferisce alla pubblica amministrazione un eccezionale potere senza che sia contemplato un corrispondente sistema di controlli e contrappesi com’è previsto in uno Stato di Diritto. In prospettiva si va nella direzione di accettazione di uno stato Leviatano che attraverso una raccolta massiva e indiscriminata di informazioni ed esperienze, instaura una sorveglianza di massa e social scoring per tracciare, orientare, censurare i comportamenti dei suoi cittadini assimilati metaforicamente a codici a barre con gambe. Il Forum intende investigare sugli effetti del “potere algoritmico” statale esteso e pervasivo e del suo impatto sui diritti individuali.
Sul ruolo delle piattaforme nella creazione di un dibattito pubblico e la loro capacità di influenzarlo rappresenta invece, un concentrato di alcune delle questioni più urgenti e attuali del mondo tech. Tuttavia, oltre a riconoscere e denunciare le manipolazioni in rete, rimangono nebulosi i correttivi. Quali sono le buone pratiche per contrastare la disinformazione; quali sono i requisiti minimi di autoregolamentazione dei social media per garantire comunicazioni libere e riservate; come evitare che la moderazione dei contenuti calpesti la libertà d’espressione; si possono delineare dei principi condivisi per distinguere in modo trasparente tra uno spazio privato e un servizio pubblico. Aspetti che vengono esplorati durante il Forum anche attraverso i lavori accademici selezionati da una Call for paper internazionale, e con il contributo di ricerca condotta da tre istituzioni: Commissione Europea, Nazioni Unite, Unesco.
Il programma si svolge sull’arco di una giornata e mezzo, in lingua inglese, secondo un formato ibrido, in parte online e in parte in presenza con streaming presso la sede romana della Fondazione Luigi Einaudi co-promotore assieme al think tank Re-Imagine Europa. Il Forum ha ricevuto il patrocino della Commissione Europea; Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; UN Sustainable Development Solutions Network.
La partecipazione è gratuita ma è richiesta la registrazione per accedere alle sessioni on line e quella in presenza che si terrà a Roma presso la Fondazioni Luigi Einaudi.



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