Nell’ambito del ciclo Dialoghi Copernicani, Martedì 5 maggio ore 21:00 abbiamo incontrato Marco Congiu, giornalista SKY TG24, che ci ha parlato di media e informazione durante emergenza sanitaria.
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Oggi è il virologo il protagonista
Quando succedono cose che hanno un impatto così drammatico in tutto il mondo, come la pandemia, la richiesta d’informazioni cresce in maniera vertiginosa.
Con Marco Congiu, laureato in Comunicazione di Massa ed attualmente giornalista presso la redazione di SkyTg24 affrontiamo vari temi che il Covid19 ha evidenziato.
Inizialmente si parlava di una cosa strettamente cinese, un possibile impatto sulla supply chain di molte aziende che avevano grandi rapporti con la Cina. Da lì a poco sarebbe diventata un evento che avrebbe drasticamente cambiato le nostre vite.
C’è un parallelismo con la crisi economica del 2008, all’inizio della quale pochi sapevano cosa fossero i derivati e i mutui subprime, una roba confinata al mercato finanziato e quindi un sotto-settore dell’economia America, successivamente entrano in crisi le banche Europee e questa shock economico si diffonde come il virus e contagia anche l’economia reale.
Il protagonista del dibattito televisivo diventa l’economista, come oggi è il virologo.
Una delle caratteristiche peggiori di questa crisi è che anche gente del settore, quali infettivologi, non erano pienamente preparati, almeno inizialmente, su questo nuovo virus che ha colpito l’intero mondo. Così come lo spread è diventato famoso nel lessico comune cosi anche l’indice R0.
Questa crisi sanitaria avrà delle conseguenze economiche peggiori rispetto alla crisi del 2008, molte realtà non hanno avuto le forze di trovare soluzioni alternative per portare avanti il proprio business, altre invece senza soluzione di continuità hanno sfruttato la tecnologia per sperimentare modelli produttivi impensabili prima.
“Skytg24 è abituata a fare edizioni monografiche” afferma Congiu, una redazione formata da circa 300 persone tra redattori e personale tecnico. La vera emergenza è stata quella di fronteggiare la possibilità che la sede non fosse accessibile.
I giornali hanno imparato a lavorare da remoto, così come le radio e le televisioni. Un telegiornale, però, è molto più complicato, in termini organizzativi, in quanto è un lavoro di confronto, molto fisico e farlo da casa è stato davvero un’impresa non banale.
Dal punto di vista produttivo, le cose si complicano ancora di più, nel momento in cui lo studio non è stato più accessibile dopo aver riscontrato un collega positivo, la struttura di broadcast ha messo su nel giro di 48H un sistema che consentisse di andare in onda anche da casa del conduttore.
Il Covid19 ha permesso di trasformare in uno studio televisivo un ambiente domestico, mai provato prima ma il messaggio che in quel momento era importante diffondere era quello di “stare a casa”.
Per la prima volta in Italia, ma sicuramente anche in molte altre parti del mondo si è creato il primo telegiornale diffuso e distribuito in cui tutto il personale tecnico coinvolto era dislocato in vari punti e connesso da remoto.
Abbiamo assistito al meglio e al peggio dell’informazione, elicotteri e droni usati per seguire gente che prendeva il sole, conferenze stampa senza domande, appuntamento quotidiano del bollettino della protezione civile che era un rito macabro e non compreso dalla gente. “È come quando guardi gli andamenti di borsa senza capirci nulla” suggerisce il giornalista sardo.
Negli ultimi anni è nato un grande problema legato alla mancanza di intermediazione del giornalista e un sistema mediale e sociale maturo non dovrebbe consentire questa circostanza. Molti politici, comunicano direttamente tramite i propri profili social e le classiche conferenze stampa in cui c’è una controparte che espone le proprie perplessità è venuta a mancare.
Con questo modo di fare, hanno prosperato le fake news al punto che la Bbc quest’anno ha stilato una classifica mondiale dei politici più inclini a “mentire”.
Questa disintermediazione sta cambiando il mondo del giornalismo ma non in meglio, le dirette social si rivolgono già a un pubblico che ha deciso di seguire quell’account per cui è solo un rafforzamento delle convinzioni preesistenti.
Il gioco politico sta nel convincere quella fetta non irrilevante della popolazione che ormai da tempo sono gli indecisi che è quella che fa vincere o perdere le elezioni.
L’attività giornalistica deve essere regolamentata ma non è l’appartenenza che fa il servizio giornalistico, questo può essere svolto anche da chi non è un professionista.
Il diavolo si nasconde nei dettagli e la comunicazione sommaria sui social network è un modo perverso di comunicare che non è coerenze all’iter istituzionali previsti.
Altro tema fondamentale è quanto vale il modello stereotipato e la cura nell’immagine per chi fa informazione, è innegabile che la televisione abbia una forte componente visiva ed è giusto che l’utente voglia un certo tipo d’immagine non solo umana ma anche da un punto di vista tecnico, però, il cuore del lavoro e il senso per cui il prodotto giornalistico viene comprato è tutt’altro.
Anche il lessico è molto importante, per esempio è preferibile sostituire “distanziamento sociale” con “distanziamento fisico”; anzi la società in questo periodo ha dimostrato molta unità con una risposta coesa. Soprattutto in un’era in cui si moltiplicano le fonti delle informazioni con un accesso libero infinito a notizie o sedicenti tali, il ruolo del mediatore è di estrema importanza perché la sua professionalità e riconoscimento guadagnato, permette di selezionare solo fonti attendibili lasciando all’utente la libertà di basare la propria opinione su fatti certificati e veritieri.
La sintesi di questo incontro è stata redatta da Roberto Strignano



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