Tra milioni di App disponibili nessuna è rivolta alla democrazia e ai cittadini
Per constatare che tra democrazia e internet ci sia un problema, basta considerare come la democrazia sia l’unica attività umana degna di rilievo a non “stare su internet”. Se l’affermazione potrà sembrare eccessiva, la questione va considerata dal punto di vista dell’utente: sul cellulare potete scaricare applicazioni funzionali a qualsiasi attività umana, anche quelle indegne di rilievo. L’unica app a non esistere è una app della democrazia, cioè una app che consenta al cittadino di interagire in modo semplice e “user friendly” con le istituzioni democratiche. Ciò non significa che in Rete non si trovino innumerevoli informazioni e servizi collegati alla democrazia, né che non esistano progetti e strumenti di partecipazione -più spesso a livello locale- accessibili per via telematica. Significa invece che tutto ciò che esiste non fa sistema, è estemporaneo, disperso e non concepito per favorire al massimo l’utilizzabilità da parte della persona che ne avrebbe interesse: il cittadino.
Chi ha interesse alla partecipazione?
“Interesse” è infatti la parola chiave. La diffusione delle applicazioni per le più varie attività umane è trainata dal fattore chiave dell’economia di mercato: il profitto. Il problema della partecipazione democratica è esattamente questo: da un punto di vista economico, è priva di interesse. Ciò non significa che la partecipazione non abbia potenzialmente un valore anche economico. Quanto sareste disposti a pagare affinché il camion della nettezza urbana sotto casa non vi svegli alle 5 di mattina, o per avere il parco giochi di vostro figlio pulito dalle siringhe o le emissioni di c02 ridotte su scala planetaria? Peccato che all’immenso valore -politico, ma anche economico- della partecipazione non corrisponda un interesse commerciale diretto, un prezzo immediatamente trattabile sul mercato, e quindi nemmeno un profitto per ottenere il quale qualcuno voglia investire. Il risultato è che la app della democrazia non esiste. Non solo. Ciò che invece esiste, relativamente alla politica democratica, sono gli interessi ben individuati e supportati anche sul piano economico. gli interessi dello Stato, ad esempio, che investe poco o nulla sulla partecipazione democratica, ma che ha imparato (e nemmeno sempre) a far pagare online tasse e multe, o altre operazioni che comunque implicano un risparmio gestionale per lo Stato stesso, oppure un risultato in termini di controllo. Non la partecipazione, però, perché dal punto di vista dello Stato si coglie solo l’interesse immediato e, nell’immediato, la partecipazione è solo un costo, una scocciatura, un problema da gestire. Un altro interesse ben individuato è quello dei politici stessi: dei partiti, dei candidati. Ma anche in questo caso l’interesse diretto ed immediato non è alla partecipazione, ma alla propaganda elettorale, alla mobilitazione, al coinvolgimento diretto dall’alto. La stessa partecipazione, anche quando davvero realizzata, è concepita in funzione del marketing elettorale più che della reale capacità di trasformare istanze civiche in iniziativa politica.
Volontà politica e investimenti per controllare il rischio tecnocratico
Queste riflessioni, necessariamente sommarie, portano inevitabilmente a conclusioni anche politiche. La prima è che “unire internet e democrazia” non solo non è semplice, ma esige un enorme grado di consapevolezza e volontà da parte dei decisori politici, perché la logica delle cose -cioè tanto la logica del potere quanto la logica del profitto- spingono in tutt’altra direzione: la tecnocrazia. Valutare i pericoli di un sistema tecnocratico-autoritario come il regime cinese andrebbe oltre gli scopi di questo capitolo. Il modello cinese è però un riferimento fondamentale per comprendere che unire internet e anti-democrazia non solo non è difficile, ma è anche la strada che in una parte sempre più importante del mondo si è già intrapresa con determinazione. Se si vuole intraprendere la strada opposta -cioè usare la rivoluzione digitale per potenziare il cittadino e rivitalizzare la tecnica democratica- va esplicitata una altrettanto determinata volontà politica e dispiegata una almeno altrettanto imponente mole di investimenti.
La tecnologia può rivitalizzare forme di partecipazione non più praticate e generarne di nuove
Per fare che cosa, è uno dei temi di questo libro bianco. Gli investimenti da compiere non riguardano solo gli investimenti tecnologici puri, ma anche la comprensione della mente e del comportamento umano in relazione ad altri individui (dunque neuroscienze, antropologia, psicologia, psichiatria, sociologia,…). Per orientarsi nell’infinità di proposte possibili, c’è un criterio di grande aiuto, pur se “minimalista”: fare funzionare su Internet gli strumenti di partecipazione democratica che già esistono, ma che diventano sempre meno utilizzabili se confinati nel momento fisico, in un’era in cui nessuna attività umana può vivere scollegata. Se guardiamo all’Italia, le norme garantiscono il diritto a promuovere referendum nazionali e locali, proporre iniziative legislative o delibere ad ogni livello, presentare liste di candidati alle elezioni. Ma questi diritti di partecipazione sono attivabili solo su cartaceo, in presenza fisica di autenticatore, non applicandosi alla materia elettorale alcun tipo di semplificazione, autocertificazione o digitalizzazione dell’accertamento di identità. Ovviamente, la democrazia non è solo questo. La partecipazione non è solo raccogliere firme. Si possono -si devono!- mettere in piedi forme molto più sofisticate di consultazione, di collaborazione, di interazione tra cittadini, basate su un reale confronto nutrito di informazione, consapevolezza e pratica del contraddittorio. Ma proprio per evitare il rischio di scorciatoie tecno-entusiaste che, in nome della partecipazione futura possibile, sacrifichino istituti di partecipazione popolare previsti da Costituzione e leggi, è indispensabile partire da ciò che già esiste e disseppellire strumenti altrimenti ormai divenuti inservibili.


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