La ripresa scolastica costringe ad affrontare il problema dell’insufficienza delle risorse per operare in sicurezza. Non è la prima volta nella storia che ciò accade. Comitato, Ministero e Ministra hanno esaminato, elaborato, fatto dichiarazioni; si sono confrontati con i sindacati. Per esempio c’è un finanziamento che prevede 70 milioni per modificare spazi interni e affittarne di nuovi. Queste risorse, se riportate alla dimensione della scuola, sono bazzecole; circa 10 euro a studente.

L’idea di classi miste online ed in aula sembrerebbe tramontata, e a ragione. È facile immaginare come la qualità della partecipazione online sarebbe inadeguata; può testimoniarlo chiunque abbia partecipato a riunioni di lavoro miste online/offline con numero di partecipanti confrontabile. Si è deciso di aumentare la capacità delle aule riducendo l’impronta di ogni studente con banchi più piccoli (i banchi a rotelle, che suscitano dubbi sulla possibilità di far mantenere le distanze).

Sul fronte didattico, non sono state invece predisposte innovazioni: durante i 3 mesi di scuola a distanza non si è svolta una rilevazione sistematica di ciò che è stato fatto, di buone e cattive pratiche; l’aneddotica riporta perlopiù una forma di didattica frontale emergenziale svolta davanti allo schermo di PC e telefonini. Nel periodo estivo i presidi sono rimasti soli; non si è intervenuti con un programma capillare di formazione.

Colpisce che, per la ripresa, non sia stato preso in considerazione un approccio usato in passato per fare fronte all’esplosione della partecipazione alle università: alcune istituirono la didattica serale e notturna, assunsero docenti, affittarono spazi; altre svilupparono anche innovazioni di metodo. La Oxford University già nel XIII secolo inventò il sistema tuttora considerato il migliore al mondo. Vennero istituite due categorie di insegnanti: il lecturer, ottimo oratore, che teneva “lezioni frontali” a numerosi studenti nella grande Oxford University, e il tutor, docente “esperto della materia” che approfondiva in piccoli gruppi la materia trattata dal lecturer.

Potremmo trarre un insegnamento di metodo per le scuole secondarie: suddividere classi numerose articolandole in un maggior numero di gruppi di dimensioni inferiori (“canali”), alcuni dei quali svolgono una attività online mentre i restanti, essendo composti da un numero minore di alunni, possono lavorare in aule con una densità compatibile con il distanziamento fisico.

Questo è concretamente possibile perché l’insegnamento prevede diverse fasi (ad es. motivazione, costruzione dei contenuti, analisi dei materiali, verifica) alcune realizzabili, anche in vasta scala, a distanza ed altre per cui è preferibile la presenza.
Un docente, che potremmo chiamare “ordinario”, si occuperebbe di organizzare la didattica online consentendo a gruppi numerosi di seguire la fase espositiva (anche in spazi recuperati nelle scuole: palestre, mense, biblioteche, ecc) mentre altri, che potremmo chiamare “associati”, si occuperebbero dei momenti interattivi lavorando in aula con piccoli gruppi.

Questo sistema sarebbe applicabile accorpando in canali tre, quattro classi ordinamentali, e ridistribuendo a gruppi numericamente inferiori le risorse fisiche che si liberano.

Sembra più difficile a dirsi che a farsi, ed infatti un tale sistema è già stato realizzato prima del lockdown ed attualmente funziona con buoni risultati all’istituto Gonzaga di Palermo dove i responsabili didattici che l’hanno ideato ed implementato ne stanno promuovendo l’adozione.

Oppure basteranno i banchi a rotelle?


Articolo apparso su “Il Foglio” martedì 15 settembre 2020 – Luca Monti e Stefano Quintarelli

Perché la scuola può essere salvata con il sistema delle classi ibride