A fronte di problemi di estrema complessità in una disciplina, la scienza ci ha insegnato che occorre cambiare paradigma, dopo che tutti i tentativi di forzare il quadro concettuale hanno solo reso più complesso, e pressoché ingestibile, il paradigma “conservatore”. Thomas Kuhn, il filosofo che elaborò tale teoria, utilizza l’esempio di Niccolò Copernico, che a fronte di un astrolabio tolemaico diventato estremamente ingarbugliato e farraginoso, (re)introdusse una soluzione elegante in grado di semplificare i calcoli: il geocentrismo.

Arrivando ai giorni nostri, il trionfo dei populismi è sufficiente per richiedere una revisione del paradigma liberal-democratico dell’occidente o dobbiamo aspettare il peggio? Domanda ancora più impellente alla luce della rivolta dei gillets jaunes in Francia. Il cortocircuito tra politiche keynesiane e democrazia ha prodotto debiti insostenibili, la concentrazione di potere economico attacca i diritti dei lavoratori, l’intelligenza artificiale impatterà sul senso del lavoro – con o senza welfare a difenderci. Chi si riconsocere nel riformismo deve essere sufficientemente critico da ricominciare a mettersi in discussione, come peraltro ha recentemente scritto anche l’Economist nel suo “Manifesto for renewing liberalism” (https://www.economist.com/leaders/2018/09/13/a-manifesto-for-renewing-liberalism ), ma con la lucidità di pensare outside the box, perché la politica è un insieme di conoscenze che può benissimo progredire, non solo nell’applicazione ma anche nella teoria, senza spargere per forza sangue a suon di rivoluzioni.

Pensare che il capitalismo possa auto-correggere il proprio consumo di risorse potrebbe non essere corretto, o richiedere troppo tempo (ci sono mercati che hanno impiegato un secolo a trovare equilibrio); interessante in tal senso un’analisi su Foreign Policy: (https://foreignpolicy.com/2018/09/12/why-growth-cant-be-green/  ). Occorre un ripensamento molto più ampio di quanto il riformismo ambisca a fare.

Lo stesso discorso si applica al tema migratorio, alle disuguaglianze nella ricchezza, all’evasione fiscale, probabilmente serve porsi domande basilari, ripartire da lì, invece di tentare di forzare il paradigma, portandolo a generare escamotage costosi –  la guerra all’elusione ha armi spuntate pur assorbendo molte risorse.

Sebbene la maggior parte delle questioni siano meramente tecniche, andrebbero inquadrate nella giusta cornice di senso, non abbandonandole quindi solo a economisti e giuristi: il solco con la popolazione non è unicamente una questione di incompetenza e ignoranza, ma è anche un problema metodologico. Per vivere occorre sentire che il proprio agire abbia un qualche senso, non ci si limita a risolvere i problemi energetici e meccanici che implicano il nutrirsi e il riprodursi: cerchiamo uno scopo, una realizzazione; allo stesso modo, uno Stato non può limitarsi a percepire la propria esistenza come un coordinatore tra attività private, dove è possibile effettuare delle ottimizzazioni economiche. La forza di un gruppo coordinato deve essere investita per degli obiettivi più grandi dei singoli: il vecchio “mondo migliore” è tuttora possibile, e, forse, addirittura necessario, e noi Copernicani abbiamo adottato come punto di riferimento gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile [https://www.globalgoals.org/ ]. In un orizzonte di senso, è anche più facile partecipare e sentirsi parte del tutto: se affrontiamo unicamente questioni tecniche di perfezionamento, senza mettere minimamente in discussione la cornice concettuale, limitiamo il campo politico a pochi professionisti, iper specializzati, che sono in grado di dire la loro. Chi si sente escluso dal gioco ha delle reazioni del tutto naturali:

  1. ridurre l’importanza di chi li esclude (sono tutti “professoroni”);
  2. mettere in discussione i presupposti e le regole del gioco che li escludono (il capitalismo è una truffa);
  3. proporre le proprie regole del gioco e vedere chi ci sta (le c.d. “verità alternative”).

Invece di combattere le fake news, servirebbe far sentire coinvolta la cittadinanza, chiedendole di esprimersi su tematiche di ampio respiro e offrendole un progetto di più lungo periodo, in cui le diverse discipline del sapere siano integrate verso un’unica direzione di sviluppo. Una rivoluzione copernicana: non si può credere di essere circondati da incapaci, da vittime dell’effetto Dunning-Kruger, quando anche chiunque in situazioni paragonabili si comporterebbe allo stesso modo. Quando la festa del capitalismo diverte pochi, chi rimane a guardare che cosa dovrebbe dire? Chi ha la fortuna di vivere nelle élite non si rende conto delle difficoltà di emergere di chi cresce in condizioni di povertà. Il mercato non può risolvere questi problemi, perché le aziende cercano persone preparate e se la scuola fa schifo, la mobilità sociale sparisce. Il libero mercato, correttamente regolato, riesce a gestire buona parte delle nostre vite quotidiane ma non è negli scambi che riusciamo a soddisfare la nostra curiosità, la nostra sete di giustizia, la nostra tensione escatologica; fuori dal mercato risiedono i nostri piaceri più appaganti: l’amicizia e l’amore non si possono acquistare. Storicamente, la politica ha funzionato meglio quando è stata in grado di parlare ai cuori – non alle pance – delle persone, offrendo a ognuno un ruolo all’interno di un quadro comprensibile e positivo. Se si ha tanta paura di parlare di benessere in senso ampio, di sentirsi retorici e poco rigorosi, è perché si pensa di non avere gli strumenti per affrontare queste problematiche: è colpa del definitivo trionfo in politica del sapere specialistico sulle scienze umane, della tecnica sulla filosofia. Se si vuole salvare il riformismo, occorre rivendicare con coraggio lo spazio per un pensiero più ampio e genuinamente interdisciplinare; non significa ridimensionare le hard sciences, tutt’altro: significa consentire al mondo della ricerca di produrre sintesi, di valorizzare i contributi delle diverse forme di sapere, affinché possano innervare e arricchire la società nel suo complesso. Per dare ai cittadini un progetto di mondo migliore non bastano gli economisti, servono anche informatici, biologi, designer; per parlare di benessere servono psicologi e filosofi mentre le arti catalizzano l’immaginazione. I riformisti e i liberali devono allora rivendicare un ruolo proattivo anche nel mondo della cultura, dove il conformismo e la povertà di risorse investite hanno costretto le menti più innovative ad andarsene, lasciando un ambiente ormai autoreferenziale.


L’autore:

Andrea Danielli
(presidente di Copernicani da ottobre 2018)
In passato ha militato in diverse associazioni civiche portando il suo spirito liberale e riformista.
Di formazione è un epistemologo, ha fatto ricerca nell’ambito delle neuroscienze e negli ultimi anni si è occupato di innovazione per blog e testate nazionali. Da sette anni lavora per la Banca d’Italia, dove segue tematiche di tutela del cliente e antiriciclaggio. Nel 2014 ha lavorato presso la Segreteria Tecnica del Ministro Stefania Giannini.

Il rilancio del riformismo passa da una cultura vivace e plurale
Tag:

Lascia un commento