Gli open data, ovvero i dati liberamente accessibili, rappresentano un patrimonio informativo alla base di un’amministrazione pubblica trasparente e sono strumenti dal potenziale economico non indifferente. Ci dicono molto di un territorio, e consentono la creazione di quella che definisco “economia consapevole”, che altrimenti sarebbe più esposta a rischi.

Solo alcuni esempi: attraverso gli open data posso sapere se in un certo territorio ci sono bed and breakfast, quanti e a che distanza. Se volessi aprire un’attività di questo tipo è un’informazione essenziale. Potrei sapere quanto vale il turismo in una certa zona, quanti ristoranti ci sono, quanti bagni pubblici, quante farmacie. Posso avere contezza delle barriere architettoniche, del numero di parchi per bambini, di piste ciclabili, o di defibrillatori pubblici in zona. Sono informazioni che servono alle piccole imprese, alla politica, al mondo dell’attivismo sociale. Infondono senso di trasparenza e fiducia, e servono a ricucire quel rapporto che nel tempo si è sfilacciato con gli amministratori pubblici. Perché si parla di appalti, ed in generale di come le risorse della collettività vengono spese.

E allora domandiamoci, esistono dei casi di eccellenza nell’utilizzo degli open data da cui l’Italia può trarre spunto? E quanto è verde l’erba del vicino?

Secondo le classifiche Open Data redatte dalla Open Knowledge Foundation1, il Regno Unito è al secondo posto mondiale a pochi punti da Taiwan (esempio eccellente di produzione di dati aperti). Ma nonostante un buon inizio (a partire dal 2008) l’interesse oggi è quasi svanito.

La comunità Open Data nel Regno Unito è ancora piuttosto viva, con un’enorme richiesta di dati pubblici da parte di attivisti, organizzazioni locali e nazionali, media (i data journalist) Quello che è cambiato nel tempo è l’interesse della politica, ed è ciò che fa la differenza su questo tipo di iniziative.

La politica ha usato e subito dimenticato i dati aperti, che cessano di essere parte integrante sia del discorso politico che del modo di intendere i servizi pubblici, partecipati ed orientati ai risultati.

Tra il 2008 e il 2012 l’investimento in Open Data da parte del Governo di sua maestà è stato ingente sia finanziariamente che in termini di immagine. Spinti da un movimento politicamente trasversale, da organizzazioni quali mySociety e da una richiesta di trasparenza senza precedenti, sia il governo laburista che la successiva coalizione appoggiarono l’idea di pubblicare Open Data come parte integrante della “cosa” pubblica.

Purtroppo, dal cambio del governo nel 2015, le idee di trasparenza non sono state considerate più una priorità nell’agenda politica. L’assenza di uno sponsor degli Open Data sufficientemente senior all’interno del partito di governo ha chiaramente mostrato i limiti di un movimento che è tutto sommato ancora di nicchia.

Un ulteriore fenomeno che è stato registrato (e che si manifesta anche in Italia) è stato quello dello shift retorico verso un’idea di Open Data fondata più su fattori operativi: se i servizi pubblici mettono a disposizione dati utili, magari richiesti attraverso FOIA, la cittadinanza guadagna in efficienza che si trasforma in maggiore trasparenza.

Il problema è che i dati si sono rivelati spesso inaffidabili perché pubblicati solo quando politicamente conveniente, distaccati dalla reale necessità di conoscenza e dai servizi su cui si fondano.

Anni di investimento nell’idea di trasparenza non hanno trovato seguito nella reale creazione delle basi tecniche necessarie a realizzare la visione stessa. Sparita la trasparenza dall’agenda politica, gli Open Data sono stati fagocitati anch’essi.

Eppure, laddove gli Open Data sono usati per risolvere problemi concreti, coinvolgendo le comunità locali e inserendosi nella struttura dei servizi pubblici, si vedono risultati incoraggianti. Ne è un fantastico esempio l’esperienza di Trafford, un ente locale nell’area di Manchester. Qui il consiglio comunale ha creato uno studio di consulenza basato su dati2 per coinvolgere la popolazione e le associazioni nelle decisioni operative necessarie alla soluzione di problemi locali. Tra i risultati degni di nota si annovera l’uso di Open Data per determinare dove installare defibrillatori automatici in aree pubbliche, unendo dati aperti a dati privati dei medici di base. L’iniziativa ha portato a un incremento dei tassi di diagnosi del cancro dell’utero e di vaccinazione contro il papillomavirus. Questo si traduce in minor spesa pubblica da parte dello stato, che può reinvestire in funzione della crescita le risorse così risparmiate.

Sebbene il termine “Open Data” sia per specialisti, le popolazioni locali sono interessate ad un maggiore coinvolgimento nella pianificazione di servizi pubblici, a partire dagli studenti delle scuole che possono essere coinvolti dagli enti pubblici con percorsi di stage o approfondimenti utili alla creazione e popolazione dei cataloghi open data. Quando i vantaggi nell’uso dei dati aperti vengono spiegati nel modo appropriato ad un contesto cosciente, questi diventano uno strumento per lo sviluppo efficiente del territorio. I servizi pubblici condivisi rappresentano un plus in grado di misurare il grado di innovazione e benessere di un territorio.

Altro esempio positivo che arriva dall’esperienza inglese è l’adozione dell’Open Contracting Standard, che permetterà non solo una maggiore trasparenza a livello di appalti, ma anche la possibilità di analizzare i problemi e i punti di forza di questi appalti, dando l’opportunità di migliorare nelle gare successive. Tradotto: sana concorrenza fra le imprese, e più fiducia nei confronti dello stato che amministra la cosa pubblica e non è succube dei grossi player.

Passando ora all’esempio italiano, la nostra cultura open data non potrà essere paragonata a realtà ben più navigate in materia, ma ciò non toglie che stia vivendo una fase di crescita. Ad oggi, nel portale dati.gov.it – che racchiude i dati aperti della PA – sono presenti più di 18.000 dataset suddivisi in 13 aree tematiche (anche se il solo il portale dati.Trentino.it ne possiede oltre 6.000).

Pensavamo di essere totalmente indietro su questo tema ma abbiamo visto che i problemi di cui soffriamo noi sono comuni agli amici d’oltremanica, e non solo.

Con le ultime modifiche apportate al CAD l’Italia ha rivisto il corpus normativo in materia di dati pubblici e condivisione degli stessi. L’ente di riferimento è l’AgID, Agenzia per l’Italia Digitale, alla quale è stato affidato il compito di indirizzare le pubbliche amministrazioni verso un processo di produzione e rilascio dei dati pubblici standardizzato e interoperabile su scala nazionale.

“I dati delle pubbliche amministrazioni (…) sono resi disponibili e accessibili con l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che ne consentano la fruizione e riutilizzazione, alle condizioni fissate dall’ordinamento, da parte delle altre pubbliche amministrazioni e dai privati” (art 50 del CAD).

Tutto perfetto sulla carta, ma il problema è che non è prevista alcuna sanzione nel caso in cui non venga rispettata la normativa.

Sta all’amministrazione essere responsabile in tal senso e adempiere in maniera volontaria a tale prescrizione.

Il nostro punto debole è proprio qui. Se non imponi e non sanzioni, non vedi realizzato. Possiamo emanare linee guida, raccomandazioni a volontà, ma quello di cui abbiamo bisogno è un controllo costante sull’applicazione in concreto della normativa. Forse la nostra PA non è pronta a mettere a disposizione di tutti i propri dati? E’ necessaria una profonda spinta culturale proveniente dalla società, volta a vedere effettivamente attuate queste norme, che vada di pari passo con una cultura del riuso dei dati. Diversamente il tutto rimarrebbe carta morta.

Qualcosa si sta muovendo. Pochi mesi fa ha finalmente visto la luce il progetto Open Data 200 Italia. Un portale dove sono censite tutte le aziende che utilizzano open data nelle loro attività per generare prodotti e servizi e creare valore sociale ed economico. La parola chiave è trasparenza. In questo modo possiamo avere maggiore consapevolezza dell’impatto degli open data in Italia. Chiaramente è solo un inizio. C’è ancora molto da lavorare.

La politica occupa un ruolo chiave all’interno della società. Ciò che non è di volontà pubblica, se non c’è la volontà politica non viene perseguito e, in ultimo, non viene attuato.

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articolo scritto a quattro mani con Giuseppe Sollazzo (UK)


L’autrice:

Mara Mucci

Professionista ICT, laurea magistrale in informatica, già deputata nella XVII legislatura, bi-mamma. Si è occupata in particolare di pubblica amministrazione (Foia-Carta d’identità elettronica, partecipazione e accessibilità), ambiente (retrofit elettrico) diritti (delle donne, dei detenuti e dei lavoratori), lavoro (partite iva e precariato) digitalizzazione della PA e delle imprese (è frutto del suo lavoro lo sblocco dei buoni detti voucher per la digitalizzazione delle imprese) ed infine di riforme istituzionali. Sempre in chiave innovatrice.


Questo artico è tratto dal “Dossier Economia Digitale”, pubblicato dall’Associazione I Copernicani nel mese di ottobre 2018

Gli open data. Ovvero un potenziale ancora da sfruttare
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