Apparteniamo alla cultura digitale senza averla scelta.
Ci siamo trovati dentro e abbiamo convissuto finora cercando di aumentarla con la creatività, ove possibile, o di uscirne quando è diventata impossibile.
È la cultura in generale che ci fa capire fatti ed eventi, anche quando non abbiamo ancora le parole per descrivere i pericoli e le opportunità.

I pericoli

Nel brodo digitale incrementiamo le nostre possibilità, oltre quelle passive: vedere, ascoltare, leggere, anche con l’espressione attiva: la ricerca, la condivisione, la scrittura (così diffusa in questo periodo proprio grazie alla rete).

In altre parole è il concetto dell’identità nella sua interazione con gli altri, esso ci consente di condividere il luogo in cui ci troviamo, i nostri commenti, le sensazioni che viviamo in ogni momento.

L’identità è un valore forte ma non esiste senza lo scambio. Lo scambio rafforza l’identità e ci aiuta a reinterpretare il mondo e fondere, come una reciproca impollinazione, il nostro bagaglio con quello degli altri.

Non è la tecnologia ad assicurare l’armonia di questi successi, ma sono le azioni individuali che, eseguite per altri fini, sono convergenti – per mezzo dei protocolli aperti – verso gli attuali risultati.

«Il principio secondo cui le azioni umane possono portare al conseguimento di fini diversi da quelli prefissati», è la descrizione che troviamo nel dizionario De Mauro Paravia alla voce «Eterogenesi dei fini». Wikipedia articola il concetto facendo riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali». Tale espressione rende evidente che essa non si riferisce a semplici accadimenti naturali, ma riguarda più specificamente il campo dell’azione umana, tanto individuale quanto, più spesso, collettiva.

È facilmente riscontrabile come il digitale abbia «virtualizzato la mente dell’uomo» nel senso che ha ampliato sia l’orizzonte delle sue opportunità, sia quello delle relazioni sociali; ci ha trasformato da spettatori in utenti attivi, e questo non è un mero fatto tecnologico, ma ha formidabili implicazioni sul nostro futuro. Se la tecnologia è un’estensione o virtualizzazione delle nostre capacità, come afferma il filosofo francese Pierre Lévy, allora queste nuove risorse si potrebbero assimilare a sinapsi appena nate – tra persone vicine ma anche lontane – con inediti e inattesi livelli cognitivi.

Ecco come un fine da raggiungere con la tecnologia (migliorare la comunicazione) sconvolgendo le regole dell’economia (non più solo limitato dagli scambi monetari) potrebbe procurare, in maniera inaspettata, immensi cambiamenti in termini sociali. La chiave di volta per comprendere il motivo del successo di tali strumenti è che essi rispondono a un bisogno fondamentale del l’uomo: comunicare.

Ma la tecnologia da sola non ha alcuna possibilità di successo: solo quando si combina e s’interseca con un’alta accessibilità – in termini economici – può sfociare in qualcosa che modifica il modo in cui le persone si relazionano, diventando un bene di massa. E la società non è più la stessa, è mutata, e in ciò sta il significato dell’eterogenesi dei fini.

Probabilmente uno dei maggiori cambiamenti ancora incompresi sono le conseguenze economiche che sperimenteranno le persone. Per esempio, pagheremo in funzione del consumo. Ciò abiliterà effetti economici importanti: non compreremo più, ma affitteremo. Dalla proprietà al possesso, così arriva un mondo nuovo per:

  • gli ingegneri: si può misurare tutto per controllare i fenomeni.
  • gli economisti: dalle misurazioni nascono ottimizzazioni e quindi nuovi modelli di business
  • i sociologhi: inferire il comportamento delle persone quando si relazionano con tutti gli altri (nella società), con il denaro (nell’economia) con la tecnologia, etc. diventa una missione culturale di primaria importanza.
  • i politologhi: immaginare un nuovo mondo di regole.

Pensiamo a quando ci ritroveremo qui a raccontare della necessità di sottoporre a controllo le reazioni, non più nucleari, ma algoritmiche.

Esse sono forze che ci manipolano, e non sappiamo come le tante AI tessono la rete contro di noi. Non c’è modo di fermarle, perché sono altamente resilienti ai guasti (creati dagli umani).

L’AI comporta anche tanti costi umani, da stimare in termini di disuguaglianze crescenti e disoccupazione se non operiamo subito per controbilanciarli. Il progresso tecnologico è ineluttabile, anche se fa male dircelo. Però le conseguenze di tale progresso, potenzialmente molto positive, sono ancora nelle nostre mani. Se il flusso delle novità sull’AI arriverà da Usa e Cina, è evidente che verso di loro andranno i capitali di tutti i Paesi.

In questi tempi di fervore digitale ci siamo così infatuati del modello Big Data da inasprire ancor di più il classico bipolarismo per la conquista della verità. Da una parte chi ama i numeri e per questo aggrega miliardi di dati, credendo che in tal modo possano avvicinarsi all’essenza dei fatti. Dall’altra parte ci sono quelli che studiano le azioni delle persone attraverso i comportamenti e le sensazioni, confidando sulle discipline sociali e sull’istinto primordiale.

Ora le due fazioni si scontrano su chi può prevedere meglio il futuro. I matematici vantano un privilegio momentaneo: la tecnologia è dalla loro parte, pertanto si sentono in grado di predire chi vincerà le elezioni, chi guadagnerà da quella azione di marketing, etc. Gli “umanisti” d’altro canto ritengono che le singole persone, con le loro interazioni determinano il risultato, che rimane imprevedibile. Lo studioso più famoso nel campo statistico-matematico è Nate Silver; in quello psicologico-economico è Daniel Kahneman.

L’abbondanza di dati non assicura l’esattezza di una previsione, per esempio sul risultato di una partita di calcio. Mai come di questi tempi abbiamo così tanti dati sui calciatori, sui loro movimenti e serie storiche, perfino sul successo dei singoli passaggi. Tuttavia nelle interazioni tra giocatori non esistono modelli matematici degli eventi, come in fisica. Essi interagiscono con aspettative ed emozioni – prima – dell’evento e la loro reazione non varia in modo lineare né razionale in funzione della risposta altrui. Dove altrui può essere una squadra, una comunità o un insieme molto grande.

Un’altra esemplificazione: non è il numero degli ingredienti a disposizione di un cuoco la garanzia di un buon piatto, ma è la conoscenza che si mette nella ricetta. Tra i tanti input e l’output c’è un problema di epistemologia, che diventa rilevante con i Big Data.

Oltre ai dati strutturati, che conosciamo abbastanza bene, ora l’enfasi è su quelli non ancora strutturati. Sono i più importanti, che non analizziamo perché non li abbiamo ancora modellati. Questa massa di dati pone molti problemi sul metodo da adottare per orientarsi. Occorre servirsi di una bussola “mentale”: sapere prima cosa vogliamo cercare. Per questo non possiamo partire dai dati, ci sono due ragioni: 1. potrebbero non esserci. 2. perché bisogna partire dall’ipotesi e poi falsificarla con i dati a disposizione, purtroppo solo con quelli modellati, che restano una minoranza.

Il percorso che ora si vuol intraprendere – con troppa foga – è passare dalla congettura a una nuova legge, grazie alla potenza dei computer. La congettura è caratterizzata da un grado di confidenza molto basso, perché non ci sono state verifiche indipendenti sulle cause di correlazione. Inoltre, con molti dati a disposizione aumenta la varianza e quindi il rischio di tradurli in false informazioni.

Il computer può diventare così il braccio armato di fanatici numerologi che, con algoritmi costruiti su congetture, volano sulle ali della tecnologia e si allontanano dagli altri. Il timore è che se ci sono i dati allora siamo portati a pensare, troppo velocemente, di avere anche la teoria e la previsione. Abbiamo visto che non è così: i dati rilevano cosa le persone hanno fatto, ma non il perché.

Questo è il bipolarismo che dobbiamo ricomporre.

Come abbiamo visto questo mondo non è scevro da nuovi pericoli, perché nel business online ci sono tre componenti che interagiscono: il contenuto, la customer experience e la piattaforma di fruizione. Proprio l’ultimo punto, la piattaforma, dà un potere enorme a chi la gestisce. Segue la sua naturale (e umana) tendenza a portarlo a livelli insostenibili per gli altri esclusi.

Infatti c’è uno iato che si allarga sempre più tra l’estrema efficienza del lavoro automatico e i lavori inutili che ancora affibbiamo a molte persone, pur di tenerle occupate.

Questa contraddizione arriva velocemente a un livello di rottura se:

  • non cambiamo le basi della nostra società

oppure

  • non ci inventano nuovi modi per essere produttivi, adesso.

La prima richiede innanzitutto una distruzione del contratto sociale, conflitti, miserie e tanto tempo libero e inoccupato. La seconda ipotesi è fattibile nel breve, ma dobbiamo far presto per non cadere nella prima ipotesi.

Ogni volta che una tecnologia esce dall’alveo dei laboratori per sfociare nel delta delle potenziali applicazioni, ognuno cerca di adattarla ai propri scopi. È successo con il web, dove un tempo era tutto pubblico, poi per mezzo di nuove implementazioni le aziende l’hanno separato creando le intranet private. Altri miliardi di informazioni sono state segregate nei database dei grandi dominatori come Facebook, per esempio, o nelle app di Apple, quindi fuori dal web pubblico.

Nel bel mezzo di tanti benefici in quest’epoca digitale, qui viviamo un dramma. Vedremo sempre più l’effetto “winner takes all”. È la più dura manifestazione degli effetti dei ritorni crescenti presenti nell’economia digitale, che hanno consentito a una classe di persone privilegiate (per via della formazione culturale, familiare, e di relazioni ereditate) di cogliere –tutti- i benefici derivanti dall’evoluzione esponenziale della tecnologia.

Come finora l’abbiamo visto nel campo dello sport con i fuoriclasse. Ma quando tale sistema si espande anche nelle operazioni quotidiane e manuali del lavoro di tutte le persone, ecco che le conseguenze diventano drammatiche. Se la classe media scompare, naturalmente si esacerbano i conflitti e la disparità tra le classi. Questo problema non può essere risolto dalla formazione, se non in tempi lunghi. La soluzione richiede radicali cambiamenti politici, economici e dei nostri valori.

Quindi l’antidoto ai pericoli di monopolio è avere le nostre teste sempre ben connesse.

Le Opportunità

In passato lo Stato aveva assunto un ruolo guida, sia per la protezione dell’impresa locale, sia per la sua autonoma capacità di sviluppo, e attuando interventi di ispirazione Keynesiana era diventato un punto di riferimento per tutte le forze economiche e sociali. Tutto questo fino agli anni ’70, poi il formidabile processo d’espansione delle multinazionali, la nascita di nuovi mercati, la maggior apertura di quelli esistenti, la crisi del Welfare State – inizialmente nei Paesi anglosassoni, poi seguiti da molti altri – ha rimesso in discussione questo rapporto tra mercato e Stato, la cui evoluzione finale – tra richieste stataliste e ricette di puro liberismo – non si può prevedere, ma qualche domanda ce la possiamo fare.

Intanto, di quale infrastruttura hanno bisogno i mercati dei servizi immateriali per operare in sistemi democratici?

Primo, le regole. Altrimenti il mercato non sopravvive a se stesso.

Fino a quando il mercato è possibile?

I malpensanti ritengono fino a quando è possibile realizzare enormi profitti in condizioni monopolistiche, e la storia italiana è qui a dimostrarlo.

Poi, quando la presenza dello Stato è necessaria?

Quando dobbiamo utilizzare lo Stato per proteggere interessi di parte per imprese che non possono reggere nel mercato per quanto sono diventate inefficienti.

Accade però che oggi, i politici più spregiudicati, quelli che solleticano le paure più ataviche, continuano a parlare solo degli svantaggi della tecnologia accoppiata con la globalizzazione, ma quanto avremmo perso finora senza la produzione di massa? Avremmo privato il mondo di godere delle invenzioni dell’altro, solo perché era distante.

Ora è possibile con la comunicazione di massa informare la propria generazione su cosa accade. E trasportare i beni dovunque, e tutto a costi decrescenti. Alla nostra porta ci consegnano tante cose complesse e a basso prezzo. Ci hanno anche promesso che con i droni faranno anche prima.

Ma il problema resta: la fiducia umana non scala. Abbiamo sempre avuto aziende verticali e relazioni di fiducia tra loro perché era l’unico modo per fare affari.

Ora possiamo fare la stessa cosa con la tecnologia. Il cambiamento introdotto dalla blockchain guida l’innovazione nei modelli di business e permette, per esempio, di negoziare tra parti che non si conoscono. La blockchain in questo contesto è impiegata per economizzare i costi di transazione, elimina la necessità di riconciliazione (settlement) e, soprattutto, propaga la fiducia attraverso la rete.

La scalabilità della fiducia è data dall’effetto rete: maggiore è il numero di nodi nella blockchain, minore è la probabilità che ci sia un attacco. La reciprocità era richiesta per la fiducia, che era preventiva, occorreva prima dell’accordo. Ora invece c’è la fiducia nella sicurezza del protocollo informatico, quindi abbiamo eliminato – nel bene e nel male – la reciprocità umana. Siccome nelle transazioni complesse si richiede fiducia in grandi quantità, la blockchain la estende in tutti i casi, poiché le prove degli effettivi trasferimenti delle risorse sono a disposizione di tutti.

Si studia che ora è possibile invertire gli incentivi che portavano alla famigerata “tragedia dei beni comuni”, perché l’impiego di politiche basate sulla blockchain rende possibile progettare nuovi sistemi di incentivazione, certamente più trasparenti. Si può pertanto raggiungere una nuova forma di consenso per l’autogoverno dei beni pubblici.

Potenza dei beni immateriali: ora abbiamo una (info)struttura che non consumiamo con l’uso. Anzi, la costruiamo insieme.

La blockchain è, quindi, un bene pubblico digitale.

È meglio allora mettersi, con spirito critico, dalla parte di chi considera la tecnologia un’opportunità. Non si tratta solo di tecnologie, ma più propriamente di business model abilitati dalle tecnologie, infatti i computer iniziano a contare quando spariscono dalla nostra vista. Ognuno li porta già sotto i vestiti, li troviamo all’interno dei tubi, sotto il manto stradale, etc. Negli anni ‘70 si è sviluppato quel mondo dell’informatica distribuita che osserviamo intorno a noi. Ora nelle facoltà universitarie si sviluppano applicazioni mobile e programmi per stampe in 3D. Non ci resta che attendere ancora un po’ per godere in massa di tali innovazioni.

Ogni volta che si evolve il modo di comunicare, grazie alla riduzione dell’energia necessaria per acquisire e gestire e informazioni, ci si apre un nuovo universo. Come quando abbiamo gestito l’elettricità diffondendola dappertutto. Quest’ultima, una volta dispiegata, ha generato una rivoluzione economica e culturale, con miliardi di posti di lavoro impensabili all’epoca della sua messa in opera. Da lì abbiamo avuto altre industrie, tra le quali comunicazioni, media, e computer.

E oggi abbiamo l’AI.

L’AI significa immensi benefici in termini di produttività e di PIL del Paese che la sa utilizzare. Tutto dipenderà dalle politiche che stiamo mettendo in campo oggi. Politiche miranti alla formazione e gestione degli impatti nel mercato del lavoro, che non prendono la scorciatoia populista di dar la colpa alla tecnologia.

L’AI ci cambia come persone e come società, ed è così piccola da entrarci in tasca. Esagerando, ma non tanto: non parliamo quasi più senza, non viaggiamo senza, non pensiamo senza.

Il pendìo riduzionista e globalista che abbiamo intrapreso ci vuole portare laddove ci sono meno regole, meno Stato e quindi meno tasse. È una strada alquanto scivolosa perché tutto ciò si concretizza, oggi, in tagli ai servizi sociali. Con il passare dei decenni la società è cambiata e così anche le sfide che essa deve affrontare, ma quelle iniziative pubbliche restano ancora valide e vanno difese.

Dobbiamo quindi conciliare l’intervento dello Stato con la più classica delle regole economiche: ciò che conta in economia è quello che non si può contare, per esempio concetti come la legalità (lotta contro la corruzione e burocrazia) e la credibilità (per ottenere finanziamento del debito). Come potremmo intraprendere percorsi innovativi come l’industria 4.0 senza tali prerequisiti?

Il caso concreto della quarta rivoluzione industriale riguarda molto più le persone e i processi che i prodotti. Solo con questi investimenti riusciremo a re-importare in Europa produzioni per avere una produttività superiore, affrancandoci dal costo del lavoro, sempre più marginale.

L’età della pietra finì non perché finirono le pietre, ma perché quell’idea fu superata dalla scoperta di altre risorse che fecero fare un balzo all’umanità.

L’età della produzione industriale, marcata dal cartellino e dalla mera automazione, è finita.

Sono le idee (invenzioni) ad averla chiusa e saranno i nuovi metodi per applicarle (innovazioni) a immergerci nel futuro.

Rimaniamo nel frattempo ottimisti se poniamo le persone al centro dell’azione; la tecnologia è uno strumento certamente importante e degno di rilievo in questo XXI secolo, ma non possiede una propria azione liberalizzante. D’altra parte la tecnologia non ha niente di naturale, non la troviamo allo stato puro, libera. Ma è solo opera dell’inventiva umana. Il più grande esempio dei fenomeni descritti è senza dubbio quello che va dall’idea che ha sviluppato internet alla realizzazione del World Wide Web e delle sue applicazioni come le conosciamo oggi.

Non potevamo sperare in un potenziamento migliore per il nostro cervello.

Le macchine che guidano da sole arriveranno, a breve, e avremo bisogno di tanti altri lavori in futuro che ora non possiamo nemmeno immaginare. Ciò non può esimerci dal crearli ora, anche e soprattutto con l’immaginazione, perché il 99% della tecnologia digitale è nelle nostre tasche. Gli strumenti sono tornati (o arrivati, direbbe Marx) nella disponibilità di tutti, e con essi renderemo più facile e veloce la costruzione di un futuro condiviso.

Saper scorgere nuovi comportamenti, prevedere la creazione di nuovi mercati non è un dono della tecnologia, né della matematica, piuttosto trattasi di business, ossia di scienze sociali.

Le tecnologie non sono nuove, sono digitali. Le politiche restano vecchie.

Se realizzare questi obiettivi sarà un sogno o forse un’utopia dipenderà da come plasmiamo – ora – le nostre istituzioni.


L’autore:

Massimo Chiriatti

Massimo Chiriatti

Tecnologo, collabora con Università e centri di ricerca per eventi di formazione sull’economia digitale.

Prende parte attivamente a congressi e forum su temi riguardanti in particolar modo l’innovazione nell’ICT. Membro di diverse associazioni senza scopo di lucro per lo studio delle criptovalute e per promuovere la tecnologia Blockchain.

Collaboratore de ilSole24Ore-Nòva.


Questo artico è tratto dal “Dossier Economia Digitale”, pubblicato dall’Associazione I Copernicani nel mese di ottobre 2018

Come l’economia digitale cambia la società

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