5 Digitale e partecipazione democratica | Perché no: i rischi

Minoranze organizzate vs. maggioranze distratte | Dittatura della maggioranza

La tradizionale dialettica tra la regola di maggioranza e diritti della minoranza alla base dei processi democratici rischia di essere alterata dall’utilizzo di strumenti di e-democracy. Tradizionalmente l’attenzione degli studiosi si è focalizzata sulla degenerazione della regola di democrazia in quello che Alexis de Tocqueville ha definito come “dittatura della maggioranza”, ovvero il principio per cui la maggioranza della popolazione assuma decisioni che riguardano la totalità della popolazione, senza tenere in conto la visione espressa dalle minoranze, indipendentemente dalla validità di tale visione. Per questo motivo, la carta costituzionale nelle democrazie moderne prevede la tutela dei diritti della minoranza. Come ha osservato Beniamino Deidda, “la Costituzione è stata un formidabile strumento nelle mani di chi si opponeva al populismo distruttivo di ogni corretto equilibrio tra le istituzioni della Repubblica e ha rappresentato il limite invalicabile per chi non voleva che la dittatura della maggioranza divenisse la vera costituzione materiale”. L’equilibrio dialettico tra maggioranza e minoranza può essere modificato in due direzioni apparentemente di segno opposto, ma in realtà fortemente interrelati. Infatti, da un lato gli strumenti della moderna tecnologia dell’informazione possono da un lato facilitare la dittatura della maggioranza semplificando la formulazione delle alternative e riducendo il processo decisionale al conteggio di preferenze. Dall’altro, tali strumenti possono aprire la possibilità a ciò che Paolo Bonetti definisce “processi di controllo e di manipolazione operati da oligarchie o da gruppi ristretti di persone”, facilitati da una comunicazione diretta tra cittadini e leadership politica, che in assenza di strumenti di intermediazione può creare una falsa percezione di prossimità, utilizzata per supportare nuove forme di populismo digitale, che al pari di altre forme vissute in passato sono un pericolo alle democrazie liberali contemporanee.

La bubble filter e la manipolazione delle opinioni

Le piattaforme digitali non sono strumenti neutri di comunicazione, come nel caso del telefono (simmetrica) o di giornali e televisione (asimmetrica). La comunicazione di ciò che esprimiamo o di cosa percepiamo è mediato da algoritmi che analizzano il nostro comportamento e adattano il flusso di informazioni in accordo ad esso. Lo sviluppo di tecnologie legate a Big Data e Intelligenza Artificiale, hanno potenziato enormemente le capacità di analisi puntuale del comportamento. Tali analisi hanno solitamente il fine ultimo di migliorare l’efficacia della comunicazione pubblicitaria o la personalizzazione dei servizi a cui accediamo. Diversi esperti hanno messo in evidenza numerosi pericoli connessi alla presenza di tale mediazione. C’è ad esempio chi sostiene, come Luciano Floridi, che le piattaforme digitali possano creare una “filter bubble”, ovvero un ambito in cui veniamo gratificati continuamente dal vedere le nostre opinioni riaffermate, limitando così il confronto dialettico tra visioni del mondo diverse. “Non solo viviamo in una bolla, ma all’interno della stessa ci guardiamo allo specchio e ci convinciamo che ciò che è importante per noi lo sia per tutti”. Altri noti esperti, come Nir Eyal, Jaron Lanier e James Williams, tutti con un passato ai vertici tecnologici dei Big di Internet, evidenziano come l’utilizzo di queste tecniche possa degenerare spesso in forme di esplicita manipolazione, in cui le nostre opinioni vengano solo apparentemente confermate, ma sofisticati algoritmi di raccomandazione basati sull’analisi del nostro comportamento siano in grado di operare una una lenta e ma costante trasformazione delle opinioni. Tali possibilità tecniche possono essere estese alla sfera delle convinzioni politiche e ciò rischia di alterare il principio di informazione libera e neutrale a cui tutti i cittadini hanno diritto di accedere affinché poter formare un proprio pensiero critico nei confronti della realtà.

Le fake news

La manipolazione delle opinioni passa attraverso la circolazione di informazioni false e fuorvianti. Ad esse spesso si attribuisce il termine “fake news”, ad indicare notizie prive di fondamento e fatte circolare allo scopo di orientare l’opinione pubblica. Esistono diverse tipologie di fake news a cui si associano diverse strategie di diffusione. Proviamo qui a riassumere le principali:

  • Cyber-propaganda, sono quelle notizie pensate e diffuse in rete per distorcere deliberatamente la realtà e i fatti e promuovere una visione faziosa delle cose;
  • Clickbait, letteralmente significa “esche da click” sono notizie dal contenuto scandalistico, inventate per attirare pubblico su siti di pseudo-informazione;
  • Giornalismo sloppy (trad. scadente), si riferisce a tutti quei contenuti diffusi da professionisti dell’informazione senza una previa verifica delle fonti;
  • Sensazionalismo, ovvero l’associare ad una notizia non necessariamente falsa un titolo che ne distorce evidentemente il contenuto, diffondendosi così in rete attraverso rilanci della notizia su siti web e social media che si limitano a riprendere unicamente il titolo.

 

A queste tipologie, qualcuno accosta anche siti di scherzi e parodie, che si distinguono dalla satira, anticamente intesa come strumento di critica mordace nei confronti del potere e dunque strumento di controllo nel naturale dibattito democratico, in quanto i contenuti sono unicamente intesi a ridicolizzare e demolire la credibilità di avversari politici o istituzioni.

La capacità di diffusione di fake news attraverso i social media diventa così una seria minaccia alla democrazia se essa viene espressa attraverso strumenti di partecipazione diretta, in quanto annullate le distanze tra opinione diffusa e decisione politica, quest’ultima risentirebbe significativamente dall’azione delle prime.

L’eco offerta dai social a notizie infondate o false del tutto

Uno strumento di partecipazione diretta alla vita democratica deve dunque tenere conto della capacità dei cittadini di formare una propria opinione rispetto ad una posizione politica senza subire l’influenza di attori esterni. Non a caso si preferisce diffondere notizie significative per il mondo economico a mercati chiusi. Rimanendo nell’ambito più ristretto della partecipazione politica, a questo principio si ispira il silenzio elettorale, introdotto in Italia nel 1956 e oggi presente in altri paesi europei sebbene con alcune differenze. Il testo della legge che regolamenta questo istituto è stato modificato più volte nel corso degli anni per adeguarsi al contesto che andava cambiando.

Un istituto che mostra i suoi  principali punti di domanda circa la sua applicabilità al web e ai social media, cosicché vista l’impraticabilità della sua applicazione all’universo digitale, non si è giunti a prevedere alcuna forma di silenzio elettorale per essi: candidati e attivisti possono così continuare nell’azione di propaganda attraverso profili social, dove peraltro si concentra oggi gran parte della comunicazione politica.

Tale contraddizione evidenzia che i social media hanno la capacità di mettere in profonda crisi, se non destituire, istituiti ideati per tutelare il confronto politico in democrazia. Tale difficoltà nasce anche dalla possibilità di amplificare l’effetto di una notizia, anche falsa, attraverso l’utilizzo di “bot”, ovvero agenti software che sono in grado di proporre, rilanciare e accreditare contenuti in modo automatico e dunque con una frequenza decisamente superiore a quanto sarebbe in grado di fare un umano. Questo effetto è noto come “echo chamber”, ovvero una camera dell’eco, ad indicare quei punti di diffusione Web e social in cui i contenuti di una fake news hanno la possibilità di rafforzarsi nella loro credibilità solo perché largamente diffusi all’interno dei social.

La capacità di diffusione di fake news attraverso i social media diventa dunque una seria minaccia alla democrazia se essa viene espressa attraverso strumenti di partecipazione diretta, in quanto annullate le distanze tra opinione diffusa e decisione politica, quest’ultima risentirebbe significativamente dall’azione delle prime.

Information disorder

In un rapporto del 2017, intitolato “Information Disorder: Toward an interdisciplinary framework for research and policy making” pubblicato dal Consiglio d’Europa, Claire Wardle e Hossein Derakhshan inquadrano il fenomeno delle fake news, termine spesso abusato, in un concetto più ampio che chiamano information disorder per l’appunto. Accanto alla “falsità” viene considerata in modo esplicito anche la “pericolosità” delle notizie, cosicché si ottengono tre diversi tipi di manipolazione dell’informazione che vengono chiamati misinformazione (trad. “mis-information”), malinformazione (trad. “mal-information”) e disinformazione (“dis-information”). Al primo appartengono le notizie false ma non pericolose, ovvero contenuti propriamente falsi o comunque fuorvianti in quanto non veritieri. Alla seconda categoria appartengono quei contenuti che sono sostanzialmente genuini ma potenzialmente pericolosi per la loro capacità di condizionamento, come ad esempio la fuga di notizie, chiamata anche “leak”, per colpire avversari politici o istituzioni, il cyber-bullismo, la derisione e l’incitamento all’odio. Infine, appartengono alla terza categoria, quei contenuti che sono falsi e pericolosi al contempo, ovvero notizie infondate, fabbricate, non autentiche e manipolate. Sebbene la tendenza a manipolare l’informazione per condizionare la vita pubblica della democrazia sia ben anteriore all’avvento delle tecnologie web e delle piattaforme digitali, la mancanza dell’attività di intermediazione esercitata dagli organi di informazione, rappresenta un fenomeno che facilita la diffusione di contenuti potenzialmente pericolosi per la democrazia.

La recrudescenza del dibattito politico nell’era social

La convinzione per cui Internet e i social media avrebbero facilitato il confronto politico e il processo decisionale che da esso ne deriva non trova ancora evidenza empirica. D’altro canto ci sono studi che evidenziano effetti negativi quando la discussione politica diventa on-line. Tra questi, il lavoro del 2017 intitolato “Social media and political discussion: when online presence silences offline conversation”, di Keith N. Hampton, Inyoung Shin e Weixu Lu, che hanno trovato evidenza come il dibattito online abbia danneggiato la capacità di confrontarsi in contesti sociali tradizionali quali la casa, il luogo di lavoro, gli amici, la comunità locale. Lo studio mette anche in luce che l’utilizzo di social network, Facebook nel caso particolare dello studio, accresce il desiderio di raccogliere maggiori informazioni circa uno specifico argomento politico. Se da un lato ciò può essere considerato una facilitazione al confronto, dall’altro gli autori evidenziano che ciò potrebbe essere anche conseguenza della maggiore livello di accordo e comunione di opinione all’interno della cerchia dei propri contatti, cosicché gli algoritmi di proposizione dei contenuti, unitamente alla dimensione di Facebook, porterebbero gli utenti a rafforzare la propria opinione in un’area di comfort personale. Lo studio conclude osservando che la possibilità di trasporre online la discussione di temi politici è un processo che difficilmente si inverte, trasferendolo nuovamente nel mondo offline. Infatti, lo studio afferma con significativo supporto empirico che coloro che hanno sviluppato un forte convincimento politico online molto difficilmente sono disponibili a riproporre le proprie opinioni di persona. Ciò conduce in molti contesti sociali, il luogo di lavoro in particolare, ad evitare il confronto di idee politiche conducendo ad una “spirale del silenzio” che può ulteriormente ostacolare il confronto su temi politici. Qui, si evidenzia anche come la riluttanza al confronto di persona circa opinioni diverse, unitamente alla possibilità di rafforzare i propri convincimenti online, porti alla definizione di un supporto politico decontestualizzato dalla realtà sociale a cui si riferisce. Come conseguenza, il confronto politico non si appoggia più sulle istanze di gruppi sociali definiti, ma alla costituzione di fazioni liquide che trovano unica capacità di coesione e aggregazione circa un tema politico sulle piattaforme social. L’assenza di un corpus sociale a cui riferire le opinioni di tali fazioni conduce ad un inasprimento del confronto, laddove gli individui non sentono il dovere di mediare le proprie opinioni in relazione al gruppo sociale a cui si riferiscono nel mondo fisico. Ciò rafforzato dalla percezione di risultare anonimi e dunque non imputabili nel mondo fisico per posizioni non coerenti rispetto al gruppo sociale di appartenenza. Tale inasprimento delle opinioni, unitamente all’anonimato, conduce taluni individui ad esprimere con veemenza le proprie posizioni, al non riconoscere differenze di veduta e a perseguitare con molestie verbali ciò che si considera il proprio avversario, in una spirale di odio che contraddice lo spirito del confronto democratico.

Il Digital divide

Numerosi studi sono stati condotti in questi anni circa i rischi che una non omogenea diffusione di Internet e della capacità di utilizzarne le risorse comportano nello sviluppo online della partecipazione politica democratica. Seong-Jae Min evidenzia come esistano diversi livelli di digital divide. Ad un primo livello esso si riferisce alle differenze socio-demografiche e geografiche che possono riferirsi sia a singoli paesi avanzati e al suo corpo sociale, come analizzato da Hoffman, Aeschlimann e Lutz rispetto alla Germania e da Sylvester e McGlynn per gli USA, ma anche alle differenze tra paesi, come evidenziato da Andrea Calderaro. Il secondo livello riguarda la motivazione e le competenze per accedere alla partecipazione politica online. Il terzo livello che Seong-Jae Min chiama “democratic divide” si riferisce alle differenze tra coloro che utilizzano Web e social media per una partecipazione attiva e coloro che non lo fanno. Comunque lo si intenda, il digital divide pone all’attenzione importanti elementi di criticità. In prima istanza, rischia di essere ulteriore fattore di marginalizzazione per quei gruppi sociali e aree geografiche che richiedono maggiore attenzione da parte della politica. Inoltre, il confronto democratico rischia di essere condizionato da minoranze che meglio di altre riescono a far valere le proprie competenze nell’utilizzo degli strumenti online. Infine, proprio perché la partecipazione online non è universalmente considerata fondamentale, gruppi di persone fortemente motivate potrebbero essere in grado di raggiungere e condizionare l’azione di rappresentanti politici e istituzione. Questo richiede di accompagnare la crescente partecipazione politica online con azioni tese a superare il digital divide sia sul piano infrastrutturale che culturale.

Il logging delle opinioni

La trasformazione digitale nel modo con cui le opinioni si formano, vengono espresse e vengono condivise supera la tradizionale distinzione tra pensiero scritto e orale. Nella sua formulazione digitale un’opinione diventa elemento persistente e immutabile dell’universo digitale, spesso non collegato ad un contesto e tracciabile sia nella sua formulazione attraverso algoritmi in grado di realizzare una profilazione, anche politica, dei cittadini. Gli scandali Snowden e Cambridge Analytica evidenziano tutta la vulnerabilità degli individui rispetto a piattaforme web e social che tengono traccia del nostro comportamento e a cui spesso cediamo il diritto di proprietà, di analisi e di distribuzione di dati, ignorando il fatto che questi ultimi possono essere soggetti ad operazioni di import/export verso paesi e legislazioni diverse. La normativa GDPR è sicuramente un passo utile nella direzione di garantire il diritto alla privacy e all’oblio dei singoli, ma non risolve completamente alcuni quesiti fondamentali che riguardano il compromesso tra la sicurezza e privacy, in modo da un lato di garantire che il dibattito politico di un paese non venga alterato da azioni esterne ed interne tese a destabilizzarlo e dall’altro il diritto di ogni cittadino a vedere contestualizzate le proprie opinioni, a poterle cambiare e ad esprimerle liberamente, senza avere il timore, neanche recondito, che la sua esposizione possa essere seguita da ritorsioni nei suoi confronti.

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